martedì 8 ottobre 2024

Il paradiso degli eroi

Un cono gigantesco si era materializzato davanti a loro, una costruzione strana, sospesa, strati di aria colorati, spessi, di dimensioni gigantesche. Renzo e Lucia seppure intimiditi decisero di entrare. Non si fidavano di Alessandro, troppe le sofferenze causate dalla sua penna per non essere titubanti. Erano rimasti in disparte ammirati, non avevano mai visto niente di simile, tavoli di forme diverse, sgabelli trasparenti e divani circolari. Un parco al centro e un bancone stracolmo di bottiglie. Bolle traboccanti di liquido fumante, profumi sconosciuti.

La voce graffiante di Amy intonava “Love is a losing game”, note dolci e malinconiche accompagnavano quell’esercito disordinato. Donne e uomini in continuo movimento alla ricerca di qualcosa di vago. In un angolo Ernest stava scrivendo su una lavagna, le parole prendevano forma sulla parete bianca che tagliava a metà quello spazio immateriale.

Uno strato di corpi tutti uguali, volti anonimi. Lo stesso sorriso, gli stessi movimenti, eroi senza volto. Un oceano di sguardi.

Ernest barcollava, l’alito insopportabile, gridava parole sconnesse con la voce impastata, chiamava Brett, si avvicinò a Lucia che cominciò a tremare.

“Dimmi dov’è andata. Dimmelo …”

Non attese risposta. Si chiuse nella sua angoscia e sparì. Lucia faticava a comprendere, era abituata ad avere paura, la sofferenza per lei era una compagna fedele ma quando la coglieva negli occhi degli altri ne aveva paura. Guardava quell’uomo che si allontanava e provava compassione, vergogna per il suo egoismo. E Don Rodrigo?

In lontananza i bravi tentavano di farsi strada. Una fila di Don Abbondio tentava di sottrarsi, di rendersi invisibili ma quell’esercito di sguardi gli impediva di sparire. Sentinelle dell’infinito. I codardi hanno uno strano colore in quello spazio senza tempo.

Adesso sul muro comparivano disegni, macchie di colore, cubi. Le parole scolorivano e si tramutavano in acqua, i colori si confondevano: rosso vermiglio, azzurro, blu cobalto.

Sullo sfondo una barca: un pescatore trascina uno squalo. Il vecchio e il mare. Un mare senza riva. Una spiaggia dove la sabbia copre corpi ammassati, spuntano solo gli occhi. Un’altra armata. L’armata di chi può solo guardare.

L’oblò si apre e si possono scorgere ragazzi che si baciano, qualcuno si gira, li guarda ma loro non ci sono per nessuno. Ogni tanto passa Jacques, ricalca le parole, si ferma, li accarezza ma essi sono altrove. Una dimensione dove le lacrime si trasformano in diamanti, dove il sole viene oscurato dall’amore. Una dimensione dove le ombre hanno un’anima.

Basta con i ragazzi che si amano, basta con citazioni, con affermazioni vuote. L’amore? I ragazzi? Ne hanno abusato tutti, tu in particolare, li hai infilati dappertutto. Ormai non fanno più presa.

È vero, ma loro per fortuna non si accorgono degli abusi, continuano a non averne per nessuno e non hanno bisogno del paradiso.

Un ascensore non smette mai di salire e scendere, le figure tutte uguali entrano ed escono. Si danno il cambio. Nessuno li distingue, nessuno ha voglia di farlo.

Renzo e Lucia vorrebbero raggiungerli, diventare come loro, trasformarsi in nulla ma i bravi montano la guardia. Lo scrittore dall’alto della sua grandezza li guarda impotente, è addolorato ma le parole sono scritte, non si possono cambiare. Non sono più sue. Anche lui è condannato all’eternità. La luce si sposta, tutti gli sguardi la seguono, uno sagoma sale sul cono di cristallo più alto e inizia a decantare versi:

A te convien tenere altro viaggio,"

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

se vuoi campar d'esto loco selvaggio ...

Ogni tanto ruota il suo pesante mantello e annusa l’aria col naso adunco. Approfittando del momento i due ragazzi corrono fino alla scala e scendono gli scalini all’impazzata, si lanciano nel vuoto, atterrano su un letto morbido di sorrisi, il notaio sta redigendo un atto, i due birri dietro di lui mostrano i manichini. Renzo ha una strana espressione e sembra volersi scagliare su … Alessandro chiude il libro. Mille altri lo riapriranno ma per ora sono salvi. Renzo e Lucia lottano per la loro libertà, sanno che qualcuno li ricondurrà sempre alla prima pagina ma continueranno a lottare, continueranno a sognare. Un gesto sublime. Personaggi e interpreti si confondono.

In lontananza la voce dei poeti rilancia la speranza, decanta la libertà. Gli eroi hanno paura della morte

La vita è adesso. Gli eroi rifiutano l’eternità finta, dove gli ultimi sono rimasti ultimi, dove peccatori redenti giocano a scacchi. Gli eroi si fermano al confine. Regalano la moneta a Caronte ma non salgono sul traghetto. Quella linea sottile, nascosta tra le parole è la vita eterna. Quella linea sottile è il paradiso.

Maggio 2014

... maiàl

foto originale (I.B.)

sat senti ùn ach dis maiàl,
picul, grand ...
magar o ad pes,
sta sicùr ... quel l'è
n'frarès.

sabato 17 settembre 2022

Le farfalle non invecchiano

"Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide."

Difficile convincersi che la donna che avevo davanti fosse la stessa che mi aveva fatto scoprire il sesso. Difficile scorgere quella voglia di vivere dirompente, quello sguardo irriverente.

Quarant’anni ... sembra ieri ed è passato quasi mezzo secolo.

I pensieri scorrono a ritroso, non si possono controllare, riaffiorano sensazioni mai perdute, un tredicenne ansioso e arrapato e una splendida contadina disinvolta e un po’ stronza che si diverte a torturarlo.

“Sembri sempre un ragazzo.”

Mi rivedo seduto davanti alla televisione, il vecchio divano, lei che avvicina le sue gambe alle mie, il suo corpo profumato e abbondante che mi sfiora, si mostra. Il suo sorriso malizioso e il mio terrore di essere scoperto. Mi viene ancora il fiato corto se ripenso a quel seno, al suo collo.

Il fattaccio avvenne d’inverno. Un pomeriggio piombò da noi chiedendo a mia madre di farmi dormire da lei, la notte sarebbe stata sola, la morte improvvisa di una zia.

“E’ una casa immensa e io ho paura.”

L’espressione di mia madre non nascondeva l’apprensione ma non trovò motivi validi per rifiutare. Lei sembrò leggerle il pensiero. “Nella mia stanza ci sono due letti singoli, anche se enormi” disse prendendomi sottobraccio mentre mi trascinava fuori. Erano appena le sei ma il buio era totale, un freddo cane. L’entusiasmo inferiore solo alla paura.

Cenammo praticamente in piedi, salame, prosciutto, coppa, cipolline e lei stranamente taciturna mi guardava sorridendo. Affettava con maestria i salumi appoggiata alla madia e me li allungava con le mani, staccando ogni tanto un crostino. Mi sorpresi nel constatare che trovavo il tutto molto eccitante, in condizioni normali mi sarei sentito male.

“Nel mondo succedono cose orribili. Mi piaceva Kennedy, lo hanno ucciso perché voleva bene ai negri. Lo sai che era stato l’amante di Marilyn? Tutti gli uomini importanti hanno un’amante. Vorrei essere una farfalla. Le farfalle non invecchiano.” Ero abituato a queste sue uscite un po’ sconclusionate e mi limitavo a sorridere.

Mi raccontò del fidanzato che l’aveva lasciata, del suo modo di fare allegro che spesso gli aveva procurato problemi. La guardavo imbarazzato senza riuscire a dire una parola ma per fortuna non sembrava aspettarsi niente. Ogni tanto mi abbracciava e mi arruffava i capelli. La sorpresa della serata era una crema di cui ricordo ancora il sapore, mangiata direttamente dalla zuppiera con un solo cucchiaio che ci scambiavamo ad ogni boccata. Il silenzio era carico di tristezza ma quel gesto aveva riacceso le mie voglie. Delusione e sollievo accompagnarono la conferma che i letti erano veramente due, la temperatura nella stanza era polare e nonostante le lenzuola fossero intiepidite da due enormi borse d’acqua bollente, l’impatto fu da infarto. La stanza era arredata con pochi mobili, un comodino, un armadio a una sola anta e nell’angolo una vecchia toeletta con catino, brocca d’acqua e uno specchio. I muri erano spogli e gli spazi risultavano sproporzionati. Dagli scuri delle finestre non entrava nessuna luce, il silenzio era assoluto.

Non c’era verso di prendere sonno, tentavo di distinguere la sua sagoma nel letto a circa un metro dal mio. Niente, nemmeno il cerimoniale della vestizione mi aveva regalato le emozioni sperate. Tentavo di rubare il suo respiro, sognavo di alzarmi e raggiungerla ma la paura mi paralizzava. Mi svegliai con la sensazione di non essere più solo. Il suo corpo caldo aderiva al mio, aveva appoggiato il mio viso al suo seno e mi baciava adagio. Per un momento pensai di svenire, la mia mano cominciò a scivolare sul suo corpo, le accarezzai il ventre piano ma tremavo e non riuscivo a controllarmi. Avrei voluto toccarla subito, da troppo tempo desideravo farlo. Mi bloccò mentre stavo per insinuarmi tra le sue cosce “Adagio, fai piano, fai piano …” mi sussurrò. Furono momenti dolcissimi e tutti i miei timori svanirono d’incanto.

Il ricordo più nitido è il suo sapore di menta.

Mentre mi stavo lavando i denti lei entrò in bagno e mi baciò guardandomi negli occhi, comprese che non c’era niente di cui raccomandarsi. Risposi al bacio e ripercorsi il cortile per tornare a casa. Mia madre non mi chiese nulla e non raccontai mai a nessuno questo episodio. Non successe più. Solamente una volta ci andammo vicino: stavo partendo per una specie di collegio dove sarei rimasto a lungo. Mentre passeggiavo in giardino, sbucò da dietro un rovo, si avvicinò alla mia bocca tenendo tra le labbra una mora. Mi baciò appassionatamente stringendomi forte “Oggi compio trent’anni, ho diritto a un regalo.” Sentimmo un rumore, scomparve agitando la mano in segno di saluto.

Quando tornai si era trasferita in città e non l’avevo più rivista.

Adesso era lì. Seduta su quella sedia a rotelle che facevo finta di ignorare, triste, rassegnata, stava cercando la forza di sorridermi. Mi abbassai, la baciai sfiorandole le labbra con dolcezza. “Le farfalle non invecchiano” le dissi con aria complice.

Un lampo le attraversò il viso, l’espressione divenne più serena, per un attimo rividi quello sguardo che non mi aveva fatto dormire per tante notti. Una lacrima prese a scendere lentamente. Una lacrima di felicità.

Mi avviai senza voltarmi con la speranza che quel sorriso durasse il più a lungo possibile.

 

 

 

Febbraio 2012

giovedì 31 gennaio 2013

UN CAPITOLO, UNO DEI TANTI …

Non è un racconto ma un capitolo di un libro destinato a restare incompiuto …….

Temporeggiai sotto la doccia, l’acqua quasi bollente mi procurava sensazioni piacevoli, rese ancora più intense dalla frenesia che provavo mio malgrado. Avevo sempre sognato di mollare tutto e andarmene in un luogo sconosciuto, lontano, dove nessuno avrebbe potuto rintracciarmi. Un pensiero ricorrente, soprattutto al mattino, mi divertivo a costruire trame, a disegnare scenari che si dissolvevano alla vista del parcheggio aziendale. Un sogno. Quel sogno adesso era realtà, non so come sia potuto succedere, nulla che lasciasse intuire …. caffè al bar, giornali, tragitto tranquillo, anche la città sembrava vivere il clima ovattato degli ultimi giorni d’estate, non so perché, ma davanti all’ingresso invece di azionare il telecomando per aprire la sbarra, ero tornato a casa, avevo buttato qualche indumento nella borsa da viaggio ed ero ripartito. Una corsa fino alla tangenziale e la ricerca di strade secondarie, luoghi sconosciuti, i rumori della città sempre più lontani, finché esausto avevo parcheggiato vicino a una locanda, un posto dove il tempo sembrava essersi fermato. Non avevo nemmeno guardato l’insegna. Mentre salivo le scale, dell’ascensore nemmeno parlarne, osservai compiaciuto quanto fosse modesta quella sistemazione, la stanza confermò la prima impressione, niente di superfluo, il minimo indispensabile, niente televisione, niente frigorifero, una bottiglia di acqua sul comodino e un mazzo di fiori freschi.  Spinsi la porta del bagno con una certa apprensione, invece oltre alla pulizia, ineccepibile come per il resto del locale, un box doccia abbastanza moderno e spazi impensabili se rapportati al resto. Non potei comunque fare a meno di pensare come avrei reagito a tutto questo soltanto ieri, scacciai subito il pensiero. Il latrato di un cane in lontananza mi riportò per un attimo alla realtà, l’immagine di Franz, il mio amatissimo bastardo, che tentava di leccarmi la mano, mentre mia moglie perplessa e poco convinta delle mie spiegazioni mi guardava mentre mi allontanavo. Anche i tentativi di razionalizzare quei momenti non ebbero effetto, mi sentivo galvanizzato, perfino eccitato; indossai un paio di pantaloni di velluto leggero, un maglione di cashmere nero, un giubbotto di pelle e via quasi di corsa. Non avevo voglia di restare solo. Non era ancora sera, i colori erano quelli caratteristici del tramonto, la strada deserta e poco illuminata era avvolta nel silenzio, pochi passi e un locale affollato all’inverosimile attirò la mia attenzione. I tavoli erano tutti occupati da uomini che giocavano a carte, oltre a quelli seduti, uno per lato, altri in piedi seguivano attentamente tutte le fasi, in attesa che si concludesse il gioco, per poi commentare le giocate. Per la verità, più che commenti erano vere e proprie risse, che si interrompevano, non appena venivano distribuite le carte per una nuova mano. Erano in quattro a giocare, ma in realtà partecipavano tutti. Fermo davanti al bancone, non riuscivo a capire a chi rivolgermi, sembrava non esserci nessuno di servizio. Guardai con curiosità un capannello di persone raggruppato in un angolo della sala la visibilità era scarsa per il fumo intenso, difficile distinguere cosa stessero facendo; mi avvicinai, facendomi largo a fatica e mi ritrovai davanti a un tavolo traboccante di salame, prosciutto, pancetta, affettati al momento con il coltello, stesi su fogli di carta gialla e divorati all’istante. Non c’erano piatti, ognuno prendeva quello che desiderava, il tutto rigorosamente con le mani. Il rito comprendeva di tanto in tanto un brindisi con un bicchiere di vino rosso. “Venga professore!“ la voce era di un uomo che non avevo mai visto e a nulla valsero i miei tentativi di rifiutare l’invito, perché mi ritrovai risucchiato, con pane e salame in una mano e nell’altra un bicchiere di vino.
Stavo rivivendo sensazioni vecchie di almeno trent’anni, quando, dopo aver supplicato, per tutta la settimana, riuscivo ad ottenere di accompagnare il nonno, alla Casa del Popolo. I ricordi, prima confusi poi sempre più nitidi, il calcio balilla, la fava cotta, la gassosa. La stanchezza di quegli interminabili pomeriggi. Il nonno, era stato una figura importante nella mia vita, avevamo vissuto molti anni insieme, una famiglia tradizionale, lui amava definirla: quelle di una volta.  Anche adesso nonostante fosse morto da tanto, i sentimenti erano intatti, forti come allora. Lo ricordavo già anziano, seduto nel cortile di casa, quasi immobile, silenzioso, intento ad osservare il mondo che gli stava sfuggendo. Il nonno non perdeva occasione di dire quanto fosse fiero di me, di quel ragazzo che si era fatto strada nella vita. Non aveva mai ben compreso in cosa consistesse il mio lavoro, ma gli sembrava un lavoro importante, ben remunerato e questo era più che sufficiente per essere contento. Un pomeriggio d’estate, la sua ultima estate, mi fermai per mostrargli l’auto nuova, in cortile, seduto sull’inseparabile sedia di legno impagliata, guardò ammirato la fiammante BMW nera e con molto tatto e qualche imbarazzo, si informò del prezzo, delle condizioni di acquisto e quando scoprì che l’avevo pagata in contanti, il suo viso si illuminò. Un sorriso difficile da descrivere, fatto di felicità, appagamento, soddisfazione.
Un sorriso che avrebbe vissuto per sempre.
“Forza Professore, un altro bicchiere.”. La voce mi riportò alla realtà, mi accorsi che la stanza era quasi vuota, erano usciti quasi tutti, solamente in un tavolo si stava ancora giocando, il fumo era così spesso, che non si riusciva a distinguere i giocatori. Una donna facendosi largo, tentava di pulire i tavoli con una spugna e urlava agli ultimi ritardatari di andarsene, fingeva di essere arrabbiata, ma l’espressione e il sorriso la tradivano “Devo lavare per terra, forza, che tra un po’, siete ancora qui.” Nessuno sembrava preoccuparsene molto, un uomo sulla settantina, uscendo le diede una manata nel sedere e lei, senza indugi, come se tutto facesse parte di un copione, fece roteare la scopa, lo colpì in testa schiacciandogli il cappello, spingendolo quel tanto da farlo finire a gambe all’aria. Tutti si girarono e comprendendo l’accaduto, scoppiarono a ridere. Fu la donna stessa ad aiutare il malcapitato, dicendo che se non imparava a tenere le mani a posto, una volta o l’altra lo avrebbe castrato.
Mi ritrovai a camminare in una strada sconosciuta e quasi deserta, la luna aveva già preso servizio, nonostante il buio tardasse ad arrivare, provai a riprendere il filo dei ricordi, ma la mente non sembrava volerne sapere, fui tentato di telefonare, ma cambiai subito idea, avevo scoperto una dimensione sconosciuta o almeno dimenticata. Incrociai due ragazzi, stavo per chiedere una informazione, ma proprio in quel momento decisero di baciarsi, le parole mi rimasero sulle labbra.
Per un attimo ho provato invidia, ho capito di aver sciupato gli anni più belli a cercare qualcosa che adesso nemmeno saprei distinguere.
Camminai per un tempo che mi sembrò lunghissimo, passando in rassegna la mia vita, liberando l’odio, alternandolo a momenti di tenerezza, lasciando liberi i rimpianti. Non riuscirei a spiegare la sensazione di libertà che provavo. Mentalmente ripassai gli impegni della settimana, niente che non potessi rinviare, per qualche giorno potevo continuare la mia fuga. L’ansia era svanita, nemmeno il pensiero del ritorno mi procurava fastidio.
Non avevo niente da leggere, spensi la luce, sorrisi ripensando al capitombolo del vecchio mandrillo, al sapore di aglio che nemmeno il dentifricio era riuscito a scalfire, mentre pensavo che non avrei chiuso occhio, iniziai a sbadigliare, feci appena in tempo a vedere mio nonno che distribuiva le carte.